88Venerdì scorso ho tenuto assieme a Silvia Schiavo in Biblioteca ad Arzignano (VI) un reading su Raymond Carver. Durante la serata ho letto anche una breve parte di un’intervista che lo scrittore ha rilasciato nel 1983 a Mona Simpson (fra le altre cose sorella biologica di Steve Jobs) per la Paris Review. Qui di seguito il pezzo che ho tradotto:

“Carver lavora in una grande stanza al piano più alto della casa. La superficie del lungo tavolo in quercia è chiara; la sua macchina da scrivere è sistema su un lato, su un allungamento a forma di L. Non ci sono oggettini, ricordi o giocattoli di nessun tipo sulla scrivania di Carver. Non è né un collezionista né un uomo incline a nostalgie o ricordi. Di tanto in tanto una busta di carta è posata sulla scrivania di quercia, con dentro il racconto che sta revisionando in quel momento. I suoi dossier sono belli in ordine. Può tirar fuori un racconto e tutte le sue versioni precedenti in un attimo. Le pareti dello studio sono dipinte come il resto della casa e, come il resto della casa, sono praticamente spoglie. Attraverso un’alta finestra rettangolare sopra la scrivania di Carver la luce filtra nella stanza in raggi obliqui, come la luce dalle vetrate superiori di una cattedrale.

Carver è un uomo robusto che veste abiti semplici – camicie di flanella, pantaloni cachi o jeans. Sembra vivere e vestire come vivono e vestono i personaggi nei suoi racconti. Per uno della sua stazza ha una voce piuttosto flebile e indistinta; ogni due o tre minuti mi ritrovo a piegarmi in avanti per captare una parola ripetendo l’irritante “Cosa? Cosa?”. (…)

imagesCome sono stati i tuoi primi anni? Perché hai deciso di scrivere?

Sono cresciuto in una piccola città ad est di Washington, un posto che si chiama Yakima. Mio padre lavorava lì alla segheria. Si occupava delle seghe che venivano usate per tagliare e piallare i tronchi. mia madre lavorava come commessa o cameriera o stava a casa, ma non manteneva lavori per molto a lungo. Mi ricordo discorsi sui suoi “nervi”. Nella credenza sotto il lavabo della cucina teneva una bottiglia di una medicina registrata per i nervi, e ne prendeva un paio di cucchiaiate ogni mattina. La medicina per i nervi di mio padre era il whiskey. Spesso ne teneva una bottiglia sotto lo stesso lavabo, o anche fuori nella legnaia. Mi ricordo di averne assaggiato un po’ una volta, mi fece schifo, mi domandavo come si potesse bere quella roba. (…) Quando avevo otto o dieci anni di solito aspettavo alla fermata dell’autobus che mio padre tornasse a casa dal lavoro. Di norma era puntuale come un orologio. Ma ogni due settimane circa non era sul bus. Allora me ne stavo lì fermo e aspettavo il bus successivo, anche se già sapevo ch non sarebbe arrivato neppure con quello. Mi ricordo ancora il senso di tragedia e sconsolatezza sospeso sulla tavola quando io e mia madre e mio fratello piccolo ci sedevamo a mangiare.

Ma cos’è che ti ha fatto scrivere?

L’unica spiegazione che posso dare è che mio padre mi raccontava un sacco di storie su di sé quando ero piccolo, e su suo padre e suo nonno. Suo nonno aveva combattuto nella Guerra Civile. Aveva combattuto per entrambe le parti! Era un voltagabbana. Quando il Sud aveva iniziato a perdere la guerra, passò al Nord e iniziò a combattere per le forze dell’Unione. Mio padre rideva sempre quando mi raccontava questa storia. Non ci vedeva nulla di male a riguardo, e penso nemmeno io. Comunque mio padre mi raccontava delle storie, aneddoti più che altro, senza morale. (…) Mi piaceva la sua compagnia e amavo ascoltarlo raccontarmi queste storie. Una volta o l’altra mi leggeva qualcosa da quello che stava leggendo. I western di Zane Grey. Furono i primi libri con la copertina rigida, a parte quelli di scuola o la Bibbia, che avessi mai visto. (…)

Qual è il primo racconto che hai pubblicato? E la prima poesia?

Era un racconto intitolato “Pastoral” e fu pubblicato sulla Western Humanities Review. È una rivista letteraria molto buona ed è ancora pubblicata dall’Università dello Utah. Non mi diedero nulla per quel racconto, ma non importa. La poesia era intitolata “The Brass Ring” e fu pubblicata da una rivista in Arizona, ora non più esistente, chiamata Targets. Charles Bukowski aveva una poesia nello stesso numero, e mi fece molto piacere essere nello stesso magazine con lui. Era una specie di eroe per me all’epoca.

È vero – me l’ha detto un tuo amico – che per celebrare la prima pubblicazione ti sei portato a letto con te la rivista?

È vero in parte. In realtà era un libro, l’annuario del Best American Short Stories. Il mio racconto “Vuoi stare zitta, per favore?” era appena uscito in quella raccolta.

In un articolo che hai scritto per la New York Times Book Review hai menzionato una storia “troppo tediosa per parlarne qui” a proposito del perché hai scelto di scrivere racconti e non romanzi. Vuoi dircela adesso?

La storia era “troppo tediosa per parlane” perché ha a che fare con molte cose non molto piacevoli di cui parlare. Alla fine ho parlato di un po’ di queste cose nei saggio “Fires”, pubblicato su Antaeus. Nel saggio dico che in conclusione uno scrittore viene giudicato per ciò che scrive, e così dovrebbe andare. Le circostanze che circondano lo scrivere sono qualcos’altro, qualcosa di extraletterario. Nessuno mi ha mai chiesto di diventare uno scrittore. Ma fu duro sopravvivere e pagare i conti e mettere il cio in tavolo e allo stesso tempo pensare a me stesso come uno scrittore e dover imparare a scrivere. Dopo anni in cui ho fatto lavori di merda e ho cresciuto dei bambini e ho tentato di scrivere, ho capito che avevo necessità di scrivere cose che potevo finire e che potevano essere fatte in fretta. Non c’è alcun modo di affrontare un romanzo, un lavoro di due o tre anni su uno stesso progetto. Avevo bisogno di scrivere qualcosa che avesse una specie di ritorno immediato. Quindi poesie e racconti. Iniziavo a capire che la mia vita non era, diciamo, la vita che volevo vivere. C’erano sempre vagoni pieni di frustrazione a cui far fronte – voler scrivere e non essere capace di trovare il tempo e nemmeno il luogo per farlo. A volte uscivo e mi sedevo in macchina e provavo a scrivere su una cartellina sulle ginocchia. In quel periodo i ragazzi erano adolescenti. Era fra la fine dei venti e l’inizio dei trent’anni. Eravamo ancora in stato di miseria, con una bancarotta alle spalle, e anni e anni di duro lavoro con niente da poter mostrare se non una vecchia auto, una casa in affitto e nuovi creditori alle calcagna. Era deprimenti e mi sentivo sfinito. L’alcool divenne un problema. Mi son arresso più o meno, ho gettato la spugna e il bere a ogni ora era diventato un problema serio. Ecco la parte di cui parlavo quando parlavo delle cose “troppo tediose per parlarne”. (…)

Puoi parlarci un po’ delle tue influenze letterarie, o almeno nominare degli scrittori la cui opera hai ammirato molto?

Ernest Hemingway è uno di questi. I primi racconti. “Big Two-Hearted River,” “Cat in the Rain,” “The Three-Day Blow,” “Soldier’s Home” e tanti altri. Cechov. Credo sia lo scrittore la cui opera io ammiri di più. Ma a chi non piace Cechov? Parlo dei suoi racconti, mica del teatro. Il suo teatro scorre troppo lentamente per me. Tolstoj. Un suo racconto qualsiasi, o una novella, e Anna Karenina. Non Guerra e Pace. Troppo lento. Ma in La morte di Ivan Il’ic, Padrone e servitore, “Se di molta terra ha bisogno un uomo”. Tolstoj è il meglio che c’è. Isaac Babel, Flannery O’Connor, Frank O’Connor. James Joyce coi Dubliners. John Cheever. Madame Bovary. L’anno scorso ho riletto quel libro, assieme a una ritraduzione delle lettere di Flaubert scritte mentre stava componendo – non c’è altra parola per descriverlo – Madame Bovary. Conrad. Too Far to Go di Updike. E poi ci sono scrittori meravigliosi in cui mi sono imbattuto negli ultimi anni tipo Tobias Wolff. La sua raccolta di storie In the Garden of the North American Martyrs è proprio meraviglioso. Max Schott. Bobbie Ann Mason. L’ho già detta? Beh, è brava e val la pena nominarla due volte. Harold Pinter. V. S. Pritchett. (…) Richard Ford è un altro scrittore molto bravo. È essenzialmente un romanziere, ma ha anche scritto racconti e saggi. È un amico. Ho molti amici che sono buoni amici, e alcuni di loro sono anche buoni scrittori. Altri non così bravi.”

Posted by Paolo Armelli