a_250x375Thomas Pynchon è, dalla seconda metà del Novecento, uno degli autori postmoderni di più grande rilevanza nella letteratura americana e non solo, e peraltro un autore estremamente peculiare: di lui esiste una sola foto (quella che vedete qui lo ritrae all’età di 76 anni ma è una ricostruzione grafica fatta al computer), rilascia interviste solo per iscritto e molto di rado, una volta sospettarono che lui fosse lo stesso Salinger, o un’altra ancora addirittura che fosse Unabomber. Le sue trame ricche di intrecci complicati, cospirazioni, paranoi e misteri, sono una sfida letteraria notevole e piacevole. A fare un po’ luce sul mistero della sua vita ci pensa un articolo oggi su Vulture, sito americano di cultura e intrattenimento, a firma di Boris Kachka, un giornalista che ha fatto estese ricerche su Pynchon e la sua vita. È consigliata la lettura integrale del pezzo, tipico esempio di eccellente giormalismo culturale americano, qui sotto invece trovate dieci aneddoti fra i più succosi.

(1) Pynchon oggi
Attualmente, dopo aver girovagato per anni e anni negli Stati Uniti e in Messico, Pynchon “si nasconde in bella vista” nell’Upper West Side di New York. Anche questo fatto dà l’idea delle mille contraddizioni che contraddistinguono la sua persona e la sua figura letteraria: è uno dei pilastri del postmodernismo ma si definisce lui stesso un “classicista”; sfuggente alle regole del mercato editoriale è sposato con un’agente letterario; da sempre cantore dell’outsiderness e dell’alienazione dal sistema capitalistico, manda il figlio in una costosissima scuola privata. Si è sempre rifiutato di apparire in pubblico eppure la sua influenza è presente in modo massiccio nella cultura americana (e non solo).

(2) Le origini
Tyrone Slothrop, uno dei protagonisti di Gravity’s Rainbow, afferma che le tre verità su cui si basa l’America – non la sua prosperità, ma la sua “permanenza” – sono “la merda, il denaro e il Mondo”. Anche nel lignaggio della famiglia Pynchon non mancano le contraddizioni: il primo antenato di cui si abbia traccia è Pinco de Normandie, giunto in Inghilterra al seguito di Guglielmo il Conquistatore; il primo di cui invece si abbia traccia letteraria è Thomas Ruggles Pynchon, pro-pro-zio dello scrittore, presidente del Trinity College e citato da Nathaniel Hawtorne in The House of the Seven Gables (parla qui dei “Pyncheon”). In tempi più recenti il nostro Pynchon sembra essersi alienato – non a caso – dalla sua famiglia, di cui parla rarissimamente (a una ex fidanzata fece cenno all’alcolismo della madre, a quanto pare) e il cui distacco sembra aver inaugurato la sua insofferenza per l’autorità.

(3) Librettista sci-fi
Lettore voracissimo, mente da sempre geniale, pare che Pynchon abbia saltato due classi prima del liceo. Prima di passare a studi più prettamente letterari (con una parentesi in Marina), studiò per un periodo Fisica alla Cornell University. Dopo la laurea con ottimi voti rifiutò un contratto di insegnamento per candidaersi invece a una borsa della Ford Foundation finalizzata alla scrittura di libretti d’opera. Forse osò un po’ troppo, pur dimostrando – a 22 anni – una certa sicurezza nel lodare il proprio stile (che paragonava lui stesso a Wolfe, Fitzgerald, James e Faulkner); il suo intento era quello di trarre un libretto dalle Cronache marziane di Ray Bradury, ma abbandonò dopo qualche anno il progetto.

(4) Guest star nei Simpsonimmagine2
Si diceva prima della nuova famiglia di Pynchon: si è  sposato con Melanie Jackson nel 1990 e l’anno dopo ebbero un figlio. Proprio per via della passione del figlio per I Simpson, lo scrittore accettò di farvi un cameo – anzi due. Lo showrunner della serie, Al Jean, lo ricorda come una figura molto casual, con baffi evidenti e moglie e figlio al seguito; come d’abitudine rifiutò di farsi fotografare e apparve nel cartone con un sacchetto di carta in testa. Le sue apparizioni nel telefilm hanno anche un chiaro intento parodico della sua fama di “reclusive author”, etichetta che non ama anche perché attribuita all’invenzione dei giornalisti. In uno degli episodi in cui compare offre ai passanti in auto di “farsi una foto con un noto autore recluso”, con tanto di insegne luminose che indicano la sua dimora.

(5) Pynchon latino
Stomacato dal sistema americano, Pynchon passò un periodo della sua vita in Messico, ma neppure lì apprezzò l’ambiente (“il problema è dentro, non fuori”, disse a un certo punto). Secondo alcune testimonianze nel periodo messicano scriveva tutta la notte e dormiva di giorno, si ingozzava di cibo spazzatura (e saltuariamente fumava erba), se ne stava ovviamente per i fatti suoi e leggeva quasi esclusivamente autori latinoamericani come Borges, che gli fu di grande stimolo per la scrittura di The Crying of Lot 49. Tradusse anche un racconto di Julio Cortázar, “Axolotl.”

(6) La delusione Vineland
Dopo il matrimonio e in seguito a un periodo di ricerche ma anche di maggiore tranquillità, Pynchon sembrò adeguarsi leggermente – ai suoi ritmi e con il suo stile – a modelli di vita più mainstream. Ciò sembra aver intaccato, almeno temporaneamente, la sua vena artistica votata alla complessità e al sondaggio dell’inafferrabile. In qualche modo ne è dimostrazione Vineland, la sua l’opera uscita nel 1990, che ha deluso i fan più accaniti dell’autore. David Foster Wallace, ad esempio, scrive amareggiato all’amico Jonathan Franzen di trovare il libro “inferiore in modo da spezzare il cuore” rispetto ai precedenti e di avere la sensazione che Pynchon abbia passato gli ultimi vent’anni a fumare erba di fronte alla tv.

 (7) Pynchon rocker
Fra le molte cose che uno non si aspetterebbe da uno come Pynchon una è quella di dedicere di scrivere i testi per il libretto di un album rock. Lo fece attorno al 1995 per i Lotion, una band indie il cui batterista, Rob Youngeberg, aveva incrociato lo scrittore durante una visita al loro vecchio insegnante di musica delle superiori. Andò perfino in studio di registrazione con loro e li affiancò in una intervista per Esquire.

(8) Il film da Inherent Vice
Il suo ultimo romanzo, Inherent Vice, è uscito nel 2009 ed è stato per settimane in cima alla classifica dei bestseller del New York Times. La storia, per certi versi più leggera e accessibile di altre sue opere  (sicuramente pià del precedente Against The Day), ha al suo centro uno strampalato investigatore privato, Larry Sportello, perennemente strafatto di marijuana e dalle indagini piuttosto sconclusionate. Dal libro verrà tratto un film di Paul Thomas Anderson con Joaquin Phoenix nel ruolo principale, le riprese sono terminate in questi giorni.

(9) Il nuovo libro51AOL20bUVL._SY346_
Bleeding Edge invece uscirà sul mercato inglese a settembre. Si annuncia come una lettera di amore-odio per la città di New York, quindi in teoria uno dei libri più intimi mai scritti dall’autore, svolgendosi in gran parte a Long Islamd (dove Pynchon è ceesciuto) e nello West Side dominato dagli yuppie. Chi l’ha già letto parla di un romanzo pieno di humour e battute, ironico sulle stesse teorie della cospirazione tanto care all’autore (pare che la protagonista del libro a un certo punto affermi: “la paranoia è come l’aglio nella cucina della vita: non ne devi mai mettere troppo”). Ambientato nel mondo emergente delle società informatiche e di internet di dieci anni fa, è pieno di riferimenti pop (Ace Ventura, Britney Spears, Ally McBeal, i Furbies e i Pokemon fra gli altri) ma anche di chiari rimandi autobiografici alla vita stessa dell’autore, compresa l’esatto panorama di cui godeva dalla finestra di casa sua (ma pare che ora l’abbia venduta). Un gioco arguto e anche pericoloso per un autore così recluso come tanti amano definirlo.

(10) Si legge “pynch-On”.

 

Qui di seguito il pezzo che ho scritto sul mio blog di Wired.it sul romanzo “The Bleeding Edge”:

Thomas Pynchon è uno degli autori più reclusi, schivi, refrattari e misteriosi degli ultimi decenni. Di lui esistono pochissime foto (forse una, di quando era in Marina), ha rilasciato rarissime interviste e sempre per iscritto, non ha mai fatto apparizioni pubbliche se si eccettuano i suoi cameo in due episodi dei Simpson. Eppure è un autore di culto per più di una generazione di lettori appassionati al postmodernismo americano e a un tipo di letteratura un po’ freak, lui che mescola e confonde le sue trame con orde di outsider, teorie del complotto, cospirazioni ed enigmi, dipendenze più o meno lecite e paranoie.

Oggi Vulture, il blog di cultura e intrattenimento del New York Magazine, gli ha dedicato un lungo ritratto a firma di Boris Kachka, giornalista che ha raccolto per mesi documenti e testimonianze con l’obiettivo di ricostruire il percorso biografico dell’autore e, soprattutto, cercare di capire cosa stia combinando di questi tempi (pare viva nell’Upper West Side di New York, neppure così segretamente, che abbia cambiato casa quattro anni fa, che suo figlio vada alle scuole private). Vulture ha perfino ricostruito con un’elaborazione grafica [qui sopra] il volto corrispondente all’età attuale dello scrittore, 76 anni, dato che – come detto – le uniche testimonianze fotografiche in nostro possesso ce lo ritraggono giovane (e dentone). Nel suo articolo Kachka ricostruisce molti aneddotti interessanti del passato di Pynchon (ne leggete una decina per esteso qui): dopo la laurea, ad esempio, fece domanda per una borsa alla Ford Foundation che prevedeva la scrittura di libretti d’opera, che lui voleva trarre da Cronache Marziane di Bradbury; oppure, dopo l’uscita di Gravity Rainbow, voleva scrivere di un agente assicurativo che andava a verificare i danni causati in Giappone dal passaggio di Godzilla; o, ancora, fra le mille cose inaspettate che fece ci sono anche i testi scritti per il booklet di un album rock della band Lotion.
Stramberie a parte, Pynchon è davvero un autore notevole, che ha saputo in tutti i suoi libri indagare a fondo nei meandri più bui e contraddittori del vivere contemporaneo, così snaturato e viziato da consumismo, capitalismo, paranoia e distrazione. Ad attirare la sua attenzione per declinare per l’ennesima volta le sue tematiche nel nuovo romanzo, Bleeding Edge, in uscita in America in settembre, è la New York dei primi anni Duemila, quando l’11 settembre era uno spettro ancora lontano a venire e a farla da padrone era l’emersione di una industria rivoluzionaria, quella legata al mondo di Internet. Sembra un’era fa, invece è passato poco più che un decennio: la prevendita di Amazon parla di una realtà in cui “la Silicon Valley è ancora una città fantasma, il web 1.0 sta vivendo le sue angosce adolescenziali, Google non è ancora quotato in borsa, Microsoft è ancora considerata l’impero del male”; al centro della vicenda c’è Maxime Tarnow, un’investigatrice finanziaria, che va a curiosare nei bilanci di un geek multimilionario finendo ben presto in un turbine di vicissitudini che comprendono blogger, hacker, startupper e quant’altro.

La trama di Bleeding Edge richiama in qualche modo quella dell’opera precedente di Pynchon, Inherent Vice del 2009, per mesi al top della classifica dei bestseller del New York Times. Tratto da quest’ultimo libro è in lavorazione un film del regista premio Oscar Paul Thomas Anderson, con Joaquin Phoenix nei panni dello strampalato investigatore privato, sempre strafatto d’erba, al centro della vicenda. Pare che le riprese siano terminate proprio in questi giorni, ma la pellicola uscirà solo alla fine dell’anno prossimo; l’attesa durerà meno invece per la versione italiana di Bleeding Edge, in arrivo nella prima metà del 2014 per Einaudi con traduzione di Massimo Bocchiola.

 

Posted by Paolo Armelli