Stasera al Piccolo Teatro Strehler di Milano si è aperto il Festival Mix, con la proiezione alle 19 del documentario Fuck For Fuck_For_Forest_Dogwoof_Poster_300_225_85Forest, del polacco Michal Marczak. L’opera segue le vicende dell’omonima organizzazione no profit creata nel 2004 in Norvegia da Leona Johansson e Tommy Hol Ellingsen (i due, lo ricorderete, erano diventati famosi per aver fatto sesso sul palco durante un concerto rock). Partendo dal concetto che è il moralismo borghese ed europeo ad avere allontanato l’uomo da una connessione spontanea con la natura, l’associazione Fuck For Forest predica il libero amore come riavvicinamento al contesto naturale ma soprattutto come strumento per diffondere la consapevolezza e raccogliere fondi per la causa ambientalista: la loro attività, infatti, consiste nel ritrarre con foto o video se stessi e altri volontari coinvolti in pose o atti sessuali; il materiale pornografico viene poi messo online e i ricavati degli abbonati che vogliono accedervi vengono devoluti nella loro missione ecologica. Insomma il sesso – o meglio il porno amatoriale – può salvare il pianeta, secondo gli attivisti di Fuck For Forest.

vjXI5Wh2X-NEpC0Ea5AQ3AkYXfs5j9SkDvMgP3o30UAIdea assolutamente bizzarra e originale, e in qualche modo potenzialmente di successo, sulla carta. Il documentario, invece, mostra la cruda verità di questa organizzazione. Il racconto è incentrato su Danny, un giovane norvegese spiantato dai parecchi problemi di equilibrio familiare e psicologico, che viene catapultato sulla scena neo-hippy berlinese ed entra appunto nel giro dei ragazzi di FFF: il ritratto che ne risulta è di un branco di freak che rovistano nella spazzatura e fumano spinelli in continuazione, e nel frattempo fanno sesso libero filmandosi. Si avverte molto idealismo e molta convinzione, e tante idee pure e buone, ma di fondo si sente anche la profonda illusione, la convinzione che questi ragazzi stiano facendo una cosa piccola e buffa in un mondo che prima o poi sbranerà il loro buon cuore. E in effetti la storia è quella di un fallimento: attraverso il sesso su internet il gruppo riesce a raccoglie centinaia di migliaia di euro, pur continuando a vivere in una stolida indigenza, e dunque si reca in Sudamerica per conoscere delle popolazioni indigene le cui terre vuole acquistare per aiutare la riforestazione e lo sviluppo economico; eppure gli stessi indigeni non si fidano, vogliono proposte di lavoro concrete e non belle parole, e quindi cacciano i ragazzi e le loro speranze.

Anche il documentario in sé è un mezzo fallimento: in molti tratti banali e monotono, dalla fotografia piatta anche quando si trasferisce negli scenari formidabili dell’Amazzonia, è di maniera in molti punti in cui mostra esplicitamente di inseguire il modello del reportage d’autore. I dialoghi sono strampalati (ma se avete degli amici che fumano canne già sapete che le parole che ne vengono non sono il massimo della coerenza), il passaggio fra le varie sequenze troppo rapido e confusionario, le scene rubate quasi inutili, e gli stessi responsabili di FFF ne hanno prese le distanze per il montaggio piuttosto artefatto che mira spesso a sottolineare la loro naïveté. In fondo questi ragazzi hanno avuto un’idea originale e l’hanno portata avanti con dedizione e convenzione (il charity porn ha avuto poi la sua evoluzione più mainstream e anche in Italia è stato lanciato di recente un progetto che si chiama Come4.org); l’idea poi che sesso, morale e ambiente siano concetti strettamente legati fra loro e stravolti dal nostro stile di vita occidentale è altrettanto buona. Certo, questo non è nemmeno il migliore dei mondi possibili, e salvare il mondo facendo sesso è forse una soluzione troppo bella per essere vera. Anche se nel dubbio potremmo provarci un po’ tutti.

Posted by Paolo Armelli