cognetti-sofiaCol consueto ritardo che contraddistingue i miei interessi ondivaghi ho letto Sofia veste sempre di nero di Paolo Cognetti, che credo sia uscito per minimum fax ormai dieci mesi fa. Il mio ritardo è colpevole per due motivi: perché mi sono deciso finalmente a leggero solo perché su Twitter ne parlavano tutti; e perché questo è uno dei libri italiani migliori degli ultimi tempi (io e la narrativa nostrana non andiamo molto d’accordo, diciamo).

Il libro è composto da una serie di racconti che hanno come protagonista più o meno diretta Sofia, che è prima una bimba libera e avventurosa vittima di genitori troppo diversi per stare assieme, poi un’adolescente autolesionista e disfunzionale, infine una donna scostante ma intensa. Sofia veste sempre di nero, appunto, mangia con la disattenzione di chi vive altre dimensioni, ha passione solo per la recitazione, si relaziona agli altri solo nella misura in cui questi rapporti non inizino a intaccare il suo libero equilibrio precario. Alla sua vita – difficile, spezzata, irrequieta – si intrecciano le storie di altri personaggi che non sono semplici comprimari ma si ritagliano personalità e spazio da protagonisti: la madre depressa, il padre troppo ingegnere, la zia rivoluzionaria (eppure l’unica che le doni un briciolo di stabilità), l’insegnante di teatro noncurante, la coinquilina eccessivamente affettuosa ecc. E poi sullo sfondo la Storia di un’Italia che cambia, quella degli anni Settanta, che leva certezze e ne getta nella mischia di nuove, più possibili che probabili.

Tutto è raccontato con grande equilibrio e con grande consapevolezza, alternando persone narranti, punti di vista, dimensioni temporali. L’autore la definisce una “raccolta di racconti”, ma forse più per umiltà che per altro: i vari tasselli di quel mosaico che è la figura di Sofia si incastrano e si armonizzano, uno alla volta, con la calma e la perfezione di un romanzo ben strutturato, ben scritto. In effetti lo stile di Cognetti è consapevolmente debitore della short fiction americana, della sua pulizia e del suo lavoro di sottrazione più che di sovrabbondanza: la seconda di copertina indica fra i riferimenti Carver e Salinger, ma io direi, piuttosto, soprattutto il secondo e poi anche Hemingway. Un altro richiamo letterario lo da lo stesso scrittore, quando cita fra le sue influenze Questo bacio vada a tutto il mondo di McCann, uno dei romanzi (appunto!) migliori degli ultimi anni.

Lo stile di Cognetti riesce in ogni caso a essere quasi sempre originale e proprio, con una compostezza e allo stesso tempo una profondità dello scavo emotivo che ti dà per tutto il libro l’idea di star leggendo un autore compiutamente maturo, e lo stupore e la soddisfazione si moltiplicano quando ti ricordi che in realtà ha “solo” 35 anni. Questo dato dell’età è comunque significativo soprattutto per comprendere che cos’è questo nero che avvolge l’animo e l’esistenza di Sofia: io mi son fatto l’idea che quello sia il colore della giovinezza, della crescita, quella fase cioè di assunzione di maturità che non può che essere costellata di lutti, fragilità, insicurezze, manie e quant’altro. Non è per forza un nero negativo questo, anzi ha l’ambivalenza di tutte le cose necessarie. Quella di Sofia è una lotta, un percorso ad ostacoli: quello di tutti coloro che si scrollano di dosso le fantasie piratesche dell’infanzia e si assumono la responsabilità di sopravvivere. “Io voglio essere felice adesso”, dice non ancora consapevole Sofia: non sa che la felicità deve necessariamente arrivare dopo, quella, o forse non arrivare affatto.

Posted by Paolo Armelli