Finalmente ho visto anche io Il Grande Gatsby, il chiacchieratissimo ultimo film di Baz Luhrmann, e tratto dal classico di Francis Scott Fitzgerald. Poiché ormai l’hanno stroncato già tutti, sarò breve e mi limiterò a poche osservazioni.

Il film è realizzato con mezzi e maestria tecnica invidiabili, al limite del virtuosismo, e probabilmente va guardato più con gli occhi della cinematografia che con quelli che sono alla ricerca di riferimenti al testo di Fitzgerald. In realtà il romanzo è qui quasi più un pretesto per trovare una buona (buonissima) storia e in effetti Luhrmann sembra limitarsi a trasportare il can can e le atmosfere rutilanti di Moulin Rouge, il suo capolavoro, nel pieno degli anni Venti americani.

Tuttavia, se ogni cosa nella prima parte risulta essere eccessiva, flamboyant, ricercata, esagerata, estetizzata e scatenata – in puro stile Luhrmann, appunto – la seconda parte, soprattutto verso la conclusione, si assesta su toni più composti, sentiti, quasi letterali e letterari. Ma di Fitzgerald in questa opera pop visivamente suggestiva c’è veramente poco: lo splendore controllato, malinconico e dolceamaro dello scrittore diventano il bagliore luccicante, continuo, accecante del regista. Il contrasto fra le feste irrefrenabili di Gatsby e la sua triste, inconsolabile smania amorosa si perdono nel film in un paradosso decisamente contraddittorio, mentre nell’opera letteraria tutto si tiene in uno studio senza sconti di luci e ombre della natura umana che da sola si crea e da sola si distrugge.

Il Grande Gatsby, appunto, come film è un gioiello visivo sopraffino, a volte stucchevole ma in generale abbastanza godevole, impreziosito da attori di talento (DiCaprio è al suo massimo, con un viso e degli occhi che sono liquidi, espressivi, vividissimi; Carey Mulligan è distante e scostante, quasi irritante, esattamente come il suo personaggio, Daisy) e da costumi dalla ricercatezza impeccabile. Rispetto al romanzo recupera proprio nelle scene finali, in cui mantiene intatta una delle conclusioni più poetiche e profonde della storia della letteratura, ma appunto rimane un’opera a sé, di un altro genere, come è anche giusto che sia.

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Posted by Paolo Armelli