È andata in onda ieri sera la finale dell’Eurovision Song Contest 2013, la gara paneuropea che vede sfidarsi fin dal 1956 i 260px-Eurovision_Song_Contest_2013_logocantanti provenienti dai paesi appartenenti al network di trasmissione europea (EBU). I Paesi partecipanti all’edizione di quest’anno, che si è tenuta a Malmo, Svezia, sono stati 39, anche se solo 26 fra loro hanno avuto accesso alla finale di ieri. L’Italia, dopo anni di assenza (in passato avevamo vinto con Gigliola Cinquetti e Toto Cutugno), è tornata dal 2011 fra i partecipanti, collocandosi direttamente nei “Big Five”, ovvero nelle nazioni che accedono automaticamente alla finale, dato il loro peso economico nel finanziamento della manifestazione (gli altri sono Gran Bretagna, Francia, Spagna e Germania). In effetti l’impegno economico dell’Eurovision è consistente, dato che il Paese del cantante vincitore in una determinata edizione di norma deve organizzare quella dell’anno successivo (l’anno scorso è toccato all’Azerbaijan, a Baku, mentre quest’anno alla Svezia perché svedese era la vincitrice del 2012, la Loreen di “Euphoria”).

Dunque per anni la Rai è stata molto perplessa nell’accollarsi questa eventuale responsabilità organizzativa, ma dal 2011 è tornata in campo rispondendo a pressioni crescenti da parte di una gran parte del pubblico, soprattutto online. E ha fatto molto bene, del resto, dato che la finale di ieri su Rai2 ha avuto un ascolto più che discreto con più del 9% di share (quasi come Rai1 e considerando la schiacciante concorrenza di Amici) e ha scatenato un grande buzz sui social network (su Twitter l’hashtag era #ESCita). Anche perché l’Eurovision è da sempre un evento musicale dalle dimensioni camp colossali, con la maggior parte delle nazioni (in particolare quelle nordiche o dell’Est) che presentano esibizioni spesso bizzarre e al limite dell’assurdo. Fra le esibizioni più notevoli di sicuro la cantante moldava con capigliatura e abito che sembravano sbucati direttamente dal 3017; quella finlandese – un incrocio fra Pamela Anderson e Baby Spice – che si è lanciata in un pezzo provocatorio sul matrimonio lesbo; gli spagnoli El Sueno de Morfeo, chiamati così perché praticamente dopo la loro esibizione uno è addormentato come il pokemon Snorlax; un tenore romeno in versione dark-dracula che ci ha piombati subito in una pubblicità della Whirpool; la riproposizione, da parte della Gran Bretagna, di Bonnie Tyler, quella di “Totally Eclipse of The Heart”, ormai appesantita dagli anni, dalla chirurgia e dalle scofanate di rognone; un gruppo di bravi musicisti greci in kilt (?!) che praticamente erano gli Skapé ellenici. In generale due sono stati i problemi più gravi della serata: il vestito della conduttrice svedese, Petre Mede, ovvero un outfit Jean Paul Gautier ciclamino flou che la faceva sembrare la regina degli Elfi strafatta di acidi; e le sopracciglia dei cantanti maschi, che facevano dubitare che l’unica cosa che unisce l’Europa non sia l’euro o l’odio per la Merkel, ma il monociglio.

Per l’Italia (dopo partecipazioni dubbiose degli anni scorsi di Raphael Gualazzi e Nina Zilli) si è esibito Marco Mengoni, in quanto vincitore di Sanremo con la sua “L’essenziale”. Ha cantato in un attillatissimo completo Ferragamo di un azzurro petrolio molto elegante e ha fatto davvero una buona esibizione, considerando anche il fatto che la sua canzone è ancora più bella alle orecchie degli altri europei visto che non ne capiscono le parole. Anche se tutti i dirigenti Rai tremavano all’idea che vincesse lui per non dover dimostrare l’anno prossimo di esser in grado di organizzare uno show del genere (pensate: magari l’avrebbero fatto condurre a Troiano), non c’è stato pericolo: nonostante la bravura Mengoni è arrivato settimo, anche per via di un regolamento che praticamente spinge i votanti di ogni Paese – che non posso votare il proprio rappresentante – a dare le preferenze agli amichetti vicini di casa; in questo modo le repubbliche ex baltiche si votavano fra loro, i Paesi dell’ex URSS pure, e così anche gli Stati del nord Europa facendo venire il sospesso che si fosse ricostituito per l’occasione il Regno di Danimarca, Svezia e Norvegia. Insomma alla fine sono stati premiati i paesi che hanno più relazioni culturali e politiche fra loro, tanto che in un tale contesto l’Italia sembrava un’isola sperduta nel Pacifico (molti punti a noi sono venuti dai cugini francesi, spagnoli e da Albania e San Marino). Ha vinto comunque la canzone danese, e agli amanti della dance pop nordica dagli Abba in giù questo non può che far piacere.

Una ultima nota sulle lingue: all’inizio a me l’Eurovision sembrava una bellissima occasione per sentire canzoni in lingue abbastanza insolite per noi, una cosa che ti fa sentire europeo, aperto alla diversità ecc. ecc. Alla fine, però, dei 26 cantanti in gara durante la serata finale solo 10 si sono esibiti nella loro lingua madre (Italia, Spagna, Francia, Grecia, Estonia, Moldavia, Islanda, Ungheria e – ovviamente – Uk e Irlanda), tutti gli altri invece hanno optato per l’inglese. Anche la totale conduzione del programma era svolta in quella lingua, per ovvie ragioni di pantrasmissione, ma anche tutti i vari inviati nazionali al momento della trasmissione dei voti, facevano l’annuncio in inglese (tranne Francia, Belgio e Svizzera che l’hanno fatto in francese, altra lingua ufficiale del Contest). Insomma di fronte alla diversità di tradizioni musicali, costumi, provenienze l’inglese si impone come lingua di transito (e di comodo): non c’è niente di male, ma magari eventi come questi dovrebbero essere occasione di valorizzare anche lingue diverse (in passato il regolamento imponeva che ogni cantante si esibisse nella propria lingua madre: ma votatelo voi, poi, uno che canta in azero…). Di seguito le esibizioni preferite – almeno da me –  durante la serata, ovvero Lituania, Belgio, Norvegia, Danimarca e ovviamente (patriotticamente) Mengoni:

Posted by Paolo Armelli