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“Se Dio esiste è uno stilista”, diceva con la sua saggia ironia Ottavio Missoni, il grande stilista italiano scomparso il 9 maggio scorso. In questi giorni sono fioccati numerosi gli articolo di elogio, di commento, di ricordo: tutti a ripercorrere i fasti e la genialità della suo spirito creativo, gli enormi successi (anche quando era un atleta) ma anche i profondi dolori della sua esistenza (dalla difficile situazione istriano-dalmata vissuta durante l’infanzia alla recentissima scomp426920-Ottavio_Missoniarsa nel nulla del figlio Vittorio). Eppure se pensiamo ai colossi della fashion industry, alle griffe che popolano i giornali di moda, all’immaginario collettivo di stile, l’universo Missoni appare quasi come un mondo laterale, importante ma appartato, quasi museale più che attuale. Questo perché in effetti i Missoni, e cioè Ottavio e la moglie Rosita, hanno sì lasciato una traccia indelebile nella storia della moda (“Missoni ha inventato il pret-à-porter italiano nel ’68”, dice Franca Sozzani), ma l’ha fatto mantenendosi sempre su un’impronta artigianale, professionale, purista, mai “commerciale” (se usiamo il termine nel senso più deleterio). Ovvio che a tutt’oggi la casa Missoni è un’azienda delle dimensioni e dal rilievo importantissimi nel mondo, ma pare come che il suo stile e la sua filosofia si siano mantenuti su un terreno quasi vergine, come se nulla fosse cambiato da quando nei primi anni ’50 Ottavio aveva aperto la sua prima maglieria a Trieste. Da lì fu un susseguirsi di successi dettati dalla passione per la semplicità, la fantasia, la cura nella lavorazione fino a che il loro inconfondibile zig zag policromo di lana o cotone non è divenuto un marchio inconfondibile in tutto il mondo, esportando l’originale passione per la maglieria e il knitwear in numerosissime declinazioni fantasiose e coerenti. La rivoluzione Missoni, portata avanti oggi con grande continuità nell’ambito della gestione famigliare da parte degli eredi, mantiene ancora integro quello spirito di originalità e purezza che era tipico di un certo tipo di imprenditorialità della moda italiana nella seconda metà dello scorso secolo.

Proprio negli stessi giorni della scomparsa di Missoni, ad attirare l’attenzione del fashion gotha mondiale ci ha pensato il Met Gala a New York; in mezzo a tante mise eccessive estravaganti, colpiva l’outfit essenziale e raffinato della cantante australiana Kylie Minogue: un abito nero e bianco firmato Moschino. Eccola un’altra griffe tutta italiana che, pur su una linea artistica completamente diversa, racconta una storia imprenditoriale originale e rivoluzionaria, tutt’ora portata avanti da una maison Franco-Moschino-350x350anch’essa per certi versi considerata “minore” ma dalla vitalità e dal successo ancora potenti. È la storia di Franco Moschino, giovane di Abbiategrasso (poco fuori Milano) che prima studente di design al Politecnico e poi illustratore di moda, entra piano piano in un mondo che lo vedrà in poco tempo affermarsi come un vero e proprio stilista dal talento visionario, dirompente e geniale, influenzato dalle avanguardie primonovecentesche (Dada, Surrealismo) come dai grandi classici della moda più tradizionale: Franco Moschino affermava sempre di non inventare nulla, solo di riprendere e reinterpretare i fondamenti dello stile in modo contemporaneo, anticonvenzionale, audace (si ricordino le sue gonne fatte di cravatte o le tasche a forma di uovo all’occhio di bue, i suoi tubini rivisitati ecc.). Era al contempo dentro e fuori la moda del tempo, Moschino, quando negli anni ’80 il suo sguardo inconfondibile e provocatorio si espande da Milano al mondo, sfidando l’establishment con slogan e scritte del tipo “Stop the fashion System”, “Moschifo” e “No stress No dress”. Erano anni in cui la sua sperimentazione trovava grande acclamazione ma anche intensa opposizione, e le sue doti di comunicatore controverso non trovavano spesso riscontro nelle recensioni alle sue sfilate, ma piuttosto nell’acclamazione del pubblico; purtroppo Moschino è mancato prematuramente nel 1994 pare per le complicazioni legate all’Aids, mentre oggi la sua sperimentazione su forme, stili, colori e convenzioni viene portata avanti dalla collaboratrice di sempre Rosella Jardini, che in una recente intervista a Vanity Fair lo ricorda come “l’uomo più importante della mia vita”.

Missoni e Moschino, due storie diverse, due stili se vogliamo opposti, epperò due grandi imprenditorialità e genialità italiane, due modi di rivoluzionare lo stile stravolgendone i canoni pur rimanendo nel loro solco. Appunto due marchi di moda che a volte vengono sottovalutati ma che ancora oggi raccontano nel modo più complesso e genuino cosa significa fare Moda in Italia. Sperimentare, osare, fare attenzione, prendersi cura delle cose, metterci dentro tutta l’arte e la vita che si può.

Rossella-Jardini-with-Kylie-Minogue-in-Moschino Sopra Ottavio Missoni e Franco Moschino. Qui a sinistra, Rossella Jardini e Kylie Minogue (in Moschino) al Met Gala 2013.

Posted by Paolo Armelli