Nel giorno in cui tutti citano a memoria il “5 maggio” rispolvero una invettiva (bonaria) su Manzoni, scritta quando ero più giovane e scanzonato e apparsa su Cabaret Voltaire del maggio 2011.

Nel mondo della cultura ci sono spesso dogmi incrollabili e contro cui è parecchio difficile lottare: gli impressionisti sono dei geni assoluti, la tragedia greca è insuperabile, l’opera italiana non ha nulla a che vedere con le altri nazioni, il cinema giapponese incomprensibile…220px-I_promessi_sposi_-_2nd_edition_cover

Molti di questi dogmi, che spesso ci si vede bene dal criticare per non risultare esclusi da un certo ambito di riconoscimento intellettuale, sono anche perfettamente ragionevoli e meritori. Sono allo stesso tempo piuttosto astratti: uno può ritenere l’espressionismo russo migliore dell’impressionismo francese, bluffare dicendo il contrario e continuare in pace la propria vita. Ci sono altri obblighi assoluti e intoccabili, invece, soprattutto nel sistema scolastico su cui sembra non potersi sollevare il minimo dubbio senza poi scatenare polemiche sbrodolose.

Sì, ce l’ho coi Promessi Sposi che, a parte un giudizio prettamente personale dell’autore qui che li ritiene un romanzo dalla linearità discutibile e dall’impianto provvidenziale piuttosto irrealistico (altro che romanzo storico), sono imposti ormai da decenni allo studio dei ragazzini dei primi anni delle superiori. Un altro obbligo simile c’è per la Divina Commedia negli anni successivi, ma lì l’intoccabilità è di ben altri livelli.

Siamo chiari: un’opera come quella di Manzoni è fondamentale per varie ragioni nella storia letteraria italiana, se non altro per evidenti meriti di uniformazione linguistica (l’italiano che parliamo adesso l’hanno fatto Manzoni e la Rai, fondamentalmente). Certo che, dopo anni di imperterrita e spietata inoculazione dei Promessi Sposi – per gli amici PS – a tre-quattordicenni, vieni da chiedersi se effettivamente sia il caso. I risultati di tale operazione narrativa sono variabili ma collegati: avversione totale per i PS che dura tutta la vita, abbandono autoimposto del genere romanzesco per gettarsi su qualsiasi poesia basta-che-vada-a-capo-ogni-riga, odio generico e diffuso per qualsiasi tipo di lettura ecc.

Bisogna affrontare la dura realtà: i PS sono un romanzo complesso, denso, dalla sintassi estenuante e dalla trama puritana e scontatamente  a lieto fine. Somministrare un tomo del genere a ragazzini che a malapena tollerano di arrivare in fondo alla lista del menù in pizzeria è inutile, se non masochistico. Non scatta nemmeno più il meccanismo che in letteratura dovrebbe essere fondamentale: l’immedesimazione. Basta fare un confronto: Lucia e ragazzina che guarda Gossip Girl; Renzo e bulletto anabolizzato che si spinzetta le sopracciglia; il cardinal Borromeo e papa Ratzinger. Insomma, i tempi son cambiati e le sensibilità letterarie pure: pretendere che i giovani conoscano e magari apprezzino per forza i PS – quando una stringata ed efficiente scelta antologica colpirebbe più nel segno – è un’idiozia, cercare oltretutto di farli appassionare di letteratura in questo modo lo è ancor di più.

E che i PS avessero qualche problemino non l’han mica scoperto in tempi recenti; il poeta scapigliato di fine Ottocento Iginio Tarchetti affermava: “Non vi ha luogo a dubitare che i Promessi Sposi sieno finora il migliore romanzo italiano, ma non occorre dimostrare come esso non sia che un mediocre romanzo in confronto dei capolavori delle altre nazioni.” Intorno alle date dei PS (dal 1827 al 1840), in Europa, escono romanzi dai sapori più intensi e dalle capacità sperimentali estremamente più appassionanti: Les Chouans di Balzac nel 1829, Il rosso e il nero di Stendhal nel 1830, Notre-Dame de Paris (dico Notre-Dame de Paris!) di Hugo nel 1831, Oliver Twist di Dickens nel 1837, Il sosia di Dostojevskij nel 1845 (e perfino nella giovanissima America bastano pochi altri anni perché qualcuno scriva un romanzo monumentale: Moby Dick è del 1861).

Il problema fra i romanzi dell’Ottocento in Italia non sono certamente solo i PS (che pur faranno “danni”, dopo la loro pubblicazione, esaurendo in qualche modo le potenzialità romanzesche e costringendo a poco meritevoli imitazioni di genere e stile gli scrittori successivi). Prendete, ad esempio, le Confessioni di un italiano di Ippolito Nievo, scritto fra 1857 e 1858: un romanzo di mille pagine, dai capitoli infiniti, denso di eventi privati mescolati ad eventi storici, con un numero spropositato di personaggi… Insomma, una palla pazzesca (anche se con alcuni moti di spirito e di vitalità estremamente più rari, invece, nei PS).

Non si più biasimare nessuno, comunque: la cultura italiana nell’Ottocento era provinciale ed arretrata, impegnata a discutere questioni filosofiche ed estetiche che altri paesi europei avevano già digerito e rielaborato da tempo – con buona pace degli assertori della superiorità del genio italico.

Probabilmente il genere romanzesco non si sarebbe ripreso mai più, nonostante slanci di genialità sporadici, ma sempre un tono più sotto rispetto alle esperienze europee (basta confrontare D’Annunzio e Wilde, Svevo e Joyce…). Ciò non toglie che la letteratura italiana sia (stata) grande: il problema è se valga la pena ancora insegnarla così, andando avanti per preconcetti e paletti prestabiliti, o non si debba invece trasmetterne la grandezza e la varietà attraverso scelte più intelligenti e magari meno convenzionali.

Posted by Paolo Armelli