Oggi è la Giornata Mondiale  del Libro e del Diritto d’Autore, ammesso che queste date celebrative abbiano un senso. Pare che l’Onu abbia scelto il 23 aprile perché è il giorno in cui sono morti Cervantes e Shakespeare (anche se su quella data non c’è molta concordanza). Ma in realtà chi ama i libri lo fa ogni giorno. Li compra. Li ordina. Li spolvera. Li colleziona. Li annusa. Li conosce. Li impara a memoria. Non li presta. Però è anche giusto che ci sia una giornata un po’ retorica come questa che aiuta i lettori – quella particolare specie di lettori che sono una razza un po’ a sé, piena di peculiarità, ossessioni e idiosincrasie – a sentirsi parte di un mondo che trova nella carta una delle fondamentali ragioni dell’essere vivi. Basta seguire su Twitter l’hashtag #vivailibri per divertirsi, emozionasi, rincuorarsi.

Ho detto carta, anche se in effetti ormai i libri sono – e saranno sempre di più – altro. Proprio ieri, per caso dato che non ricordavo la ricorrenza di oggi, ho comprato L’impronta dell’editore di Roberto Calasso, fra i fondatori e attuale direttore editoriale di Adelphi. Leggere i valori che hanno condotto alla costruzione di questa prestigiosa casa editrice e i criteri unici, appassionati, culturalmente ed eticamente severissimi con cui venivano selezionati titoli, autori, collane, copertine ci riporta a un modo di concepire l’editoria che mal si sposa con le dinamiche del mercato editoriale attuale – “Un buon editore è quello che pubblica circa un decimo dei libri che vorrebbe e forse dovrebbe pubblicare”, dice Calasso. Ripercorrere la fondazione e  i fondamenti di Adephi non è semplicemente un’operazione nostalgica, è un grande tributo alla cultura più pura come forse era possibile fino a qualche decennio fa, quando ancora poteva essere gestita in modo quasi del tutto indipendente da logiche economiche (anche Adelphi, però, è stata acquisita negli anni scorsi da Rcs e qualche cambiamento si sta introducendo anche lì). Eppure i mutamenti nel mondo editoriale sono inevitabili e non è detto che intervengano sempre in modo peggiorativo.

La parte più debole della prima parte del libro è proprio quella in cui Calasso affronta il terreno scivoloso della digitalizzazione dei libri, ambito in cui da una parte o dall’altra si finisce di frequente per cadere in preda a manicheismi un po’ riduttivi. Calasso prende in analisi un articolo di Kevin Kelly, una delle colonne di Wired, a proposito proprio del futuro digitale dei testi: contestando l’avvenieristica visione di libri completamente virtuali e interconnessi fra loro perché appunto immateriali, Calassso assume la posizione di chi, abituato a una concetto di cultura invece molto materiale, concreta e pragmatica, rifiuta l’innovazione in toto non considerando che, come le proprie spinte deceleranti, anche quelle acceleranti sono semplici eccessi. Kelly sottolinea come in futuro “ogni parola in ogni libro verrà sottoposta a connessioni incrociate, aggregata, citata, estratta, indicizzata, analizzata, annotata, rimescolata, riassemblata e intessuta”; Calasso per tutta risposta usa un’ironia piccante e un po’ altezzosa: “Si direbbe un manuale di bondage. Il lettore – o l’anomico programmatore – è la Domina implacata che vuole far scontare al libro tutti i peccati che non sapeva di aver commesso.”

È proprio l’idea che il confronto sul destino dei libri si debba consumare in questa guerra senza esclusione di esagerazioni e di colpi che mi lascia perplesso. Tanto più che in questo modo probabilmente prevarrà soltanto l’inevitabile innovazione, mentre il resto si estinguerà come ogni antiquato arroccamento. Invece, nella mia ingenuità, che è anche grande passione per la contaminazione, io credo ancora che la via sia quella di un’integrazione: mentre l’uso quotidiano darà ampio spazio – per praticità – agli ebook, il prodotto librario fisico rimarrà come oggetto di cura, venerazione, design, utilità sopraffina. Perché i libri sono importanti in quanto storie, dunque travalicano il loro stesso formato materiale: vero. Ma i libri sono anche oggetti, frutto di un progetto culturale che si esplicita anche attraverso peso della carta, scelta del carattere, dimensioni delle immagini, illustrazioni di copertina, posizione dei titoli, distribuzione dei capitoli e dei volumi ecc.: altrettanto vero. Me ne sono convinto a maggior ragione quando ho scelto di comprare L’impronta dell’editore, così, all’improvviso, senza saperne niente,  per un motivo tanto futile quanto poetico: il magnifico, ipnotico, suggestivo colore azzurro della copertina.

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Posted by Paolo Armelli