Ho scritto su Twitter una cosa sul caso Pistorius e in qualche modo me ne subito pentito, limitato com’ero dai 140 caratteri. Devo aver urtato la sensibilità soprattutto di qualche lettrice, e di questo mi scuso. Il fatto è che faccio fatica ad accodarmi a certi strali giustizialisti e semplificatori che sento in giro. Cerco di articolare meglio. Sarà che mi interessano le vite. Sarà che per me le esistenze di ognuno sono interessanti e vere perché sono piene di contraddizioni, contraddizioni che fanno male, che spingono ad errori, contraddizioni che però ci animano indiscutibilmente.Sarà per questo che io su Oscar Pistorius non riesco ad esprimere una condanna totale, definitiva, senza scampo. O meglio: condanno il suo gesto, condanno la sua violenta fragilità, condanno il fatto che pensasse di poter sentirsi sicuro con un pistolone be una mazza da baseball in casa, condanno la gravità dell’aver ucciso una donna, l’ennesima che è morta solo perché aveva insistito a stare vicino al suo uomo. Epperò non riesco a condannare le fragilità di un essere umano. Mi spiego meglio anche qui, perché la china è pericolosa: ovvio che ogni criminale mostra le proprie fragilità nel compiere degli atti vergognosi, quindi le fragilità vanno punite, condannate, rieducate. Ma non bisogna dimenticare la comprensione: essere empatici non significa giustificare. Anzi, credo che voglia dire comprendere fino in fondo la gravità del fatto e quindi prendere atto di una realtà che spesso vogliamo ridurre al bianco e nero ma che alla fine nel bianco e nero fatica a starci. Con questo voglio dire che credo fermamente che Pistorius sia colpevole e che verrà condannato, ma non riesco a non cercare nel suo animo travagliato e sofferto (e ripeto: colpevole) quelle sfumature che lo rendono umano come tutti noi. Voglio aspettare anche il tribunale, sebbene la situazione sia più o meno chiara a tutti. Ma in ogni caso niente ci restituirà la bellezza e la freschezza della povera Reeva, troppo bella e troppo fresca per essere amata da un’anima così fragile.

Ecco, è questo che mi lascia perplesso: il paradosso secondo cui un campione olimpico osannato da tutti non fosse in grado di gestire i sentimenti nei confronti della vita, né l’amore nei confronti di una ragazza né la paura con cui viveva il possibile attacco da parte dei ladri. La vita di Pistorius era un continuo sostenersi su delle protesi (e su steroidi, a quanto pare): una vita così però non può essere che posticcia, instabile. Ripeto: nessuna fragilità giustifica un atto del genere. La violenza sulle donne è indegna per chiunque, va gridata ai quattro venti, va condannata su tutti i fronti. Ma penso che non dovremmo mai smettere di cercare di capire in profondità i carnefici, non per giustificarli, non per fornirgli attenuanti, ma per andare alle radici di una piaga che si accanisce sulle donne di tutto il mondo.

Indagare i colpevoli per decifrare la follia, la violenza, per non rimanere indifferenti rispetto ad essa, per non restarne anestetizzati e quindi trasformarci a nostra volta in giustizieri senza pietà.
La vita è anche male, dolore, errore: troppo facile relegarlo alla prigione e buttare via la chiave; io preferisco indagarlo, esserne turbato, per comprendere che queste ombre albergano tutti noi. Sta a noi scegliere se sparare oppure no. Ne subiremo le conseguenze.

Per ogni donna uccisa si perdono due anime, ci piaccia o meno. E ci perdiamo un po’ anche tutti noi.

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Posted by Paolo Armelli