Ho scoperto quasi per caso (qui) che questo luglio è morta la scrittrice Agota Kristof. Nata nel 1935 in un piccolo villaggio in Ungheria, scappò nella Svizzera francese nel 1956 in seguito all’invasione sovietica per sedare la rivolta ungherese. La condizione di errante e l’onta della fuga saranno temi ossessivamente ricorrenti non solo nelle sue opere ma anche nella vita di tutti i giorni.

Naturalizzata svizzera, ha scritto solo in francese e mai nella sua lingua madre. Questa scelta, oltre a testimoniare ulteriormente la sua condizione di sradicata, ha dato origine a uno stile narrativo di una concisione impareggiabile; l’andamento scarno, essenziale e quasi elementare scava nel profondo delle parole rivitalizzandole e dando loro ancora più verità, una verità che invece una padronanza classica della lingua sembra camuffare nella retorica e nell’artificio. Mai una parola scelta caso, in Kristof, ogni frase costruita attorno alla sua cruda e tagliente essenzialità.
Ho letto proprio quest’anno La trilogia della città di K., la sua opera maggiore che racchiude Il grande quaderno, La prova e La terza menzogna, tre romanzi legati da una stessa vicenda eppure raccontati da punti di vista differenti. Tutto parte dalla storia di due fratelli, talmente uguali da apparire come un’unica coscienza narrante, che vengono abbandonati dalla madre presso la nonna al fine di salvarli dagli stenti della guerra: in un villaggio sperduto i due bimbi cresceranno prematuramente – anzi s’imporranno di crescere – e affronteranno le atrocità del mondo con astuzia e fermezza. Il modo in cui affrontano la vita e cercano di evitarne la tragedia li dipinge come esseri superiori, quasi al di fuori del concetto di moralità e, soprattutto, di verità. La loro crescita è costellata di vicende che metteranno a dura prova la loro integrità e forgeranno violentemente la loro autocoscienza (sembra che tutti i romanzi, poi, siano percorsi da un sotterraneo e invisibile filone psicanalitico). I due poi cresceranno, si divideranno, si ritroveranno, si scontreranno. E moriranno.
La storia è semplice, lo stile ancor di più. Eppure difficilmente si trovano marchingegni narrativi più sottilmente costruiti, più magnificamente architettati in modo da comunicare con asciuttezza e lasciare il lettore costantemente dubbioso, interdetto.
In Kristof niente è come sembra, ogni mossa è fatta per prepararne un’altra, ogni aspettativa è creata per essere disattesa, ogni verità è comunicata per anticipare la menzogna che essa trasmette. È una narrazione secca ed esplicita, cruda e violenta, ricca di vita eppure vuota di senso ultimo: come disse la stessa Kristof, “a forza di ripeterle le parole si svuotano di significato”. Esattamente come la vita, che ci sfugge e ci sferza fino alla meta ultima. Eppure opere letterarie come questa sembrano dare una via di fuga, una finestra di tregua rispetto all’inarrestabile bugia del tutto.
Mi sembra che a fine d’anno sia una speranza di sollievo non da poco.

Posted by Paolo Armelli