Su Cabaret Voltaire di giugno:

“Dalle case non sparavano più, tanto erano contenti e soddisfatti della liberazione. Johnny si alzò col fucile di Tarzan ed il semiautomatico…
Due mesi dopo la guerra era finita.”

Termina così “Il partigiano Johnny” di Beppe Fenoglio. O meglio: non termina. O, anzi, sì, in effetti termina, un punto fermo c’è e la conclusione della storia è che la guerra è finita. Però che fine ha fatto Johnny, il partigiano poco più che adolescente che abbiamo imparato a conoscere in quattrocento pagine di romanzo? Avrà la meglio o sarà sopraffatto? Vincerà o perderà la sua ultima battaglia?

Non lo sapremo mai e, in qualche modo, io sono anche convinto che non abbiamo più di tanto il diritto di chiedercelo. Gli autori non terminano le loro opere per svariati motivi e, anche nel caso in cui queste vengano pubblicate, i lettori devono in qualche modo accettare che possano non avere una conclusione soddisfacente e accettabile.

Nel caso di Fenoglio, “Il partigiano Johnny” non ha una fine a causa delle revisioni incessanti a cui sottopose per anni l’opera (ne esistono ben tre versioni semicomplessive) e anche a causa della sua prematura morte. Ma il finale aperto potrebbe derivare anche da una voluta sospensione di giudizio, sulla vita di Johhny ma anche sulle sorti dell’epopea resistenziale in genere.

Come lettori, qualsiasi siano le cause, facciamo fatica a tollerare questo tipo di finali: a volte ci dispiace quando un libro finisce, figurarsi quando non si conclude. Ma il finale aperto può essere anche una miniera di suggestioni e interrogativi che danno il senso della potenza e dell’infinita capacità della creazione narrativa. Per sconfinare nell’ambito dei film, basta pensare alla straordinaria scena conclusiva di Inception: il fatto che quella trottola si fermi oppure no può generare ipotesi infinitamente diverse. Ma noi non avremo mai risposte definitive. E questo è straordinario.

A proposito di opere incompiute, è uscito da poco, per ora solo in inglese, The pale king di David Forster Wallace, suicidatosi prima di concludere il libro. Quando ci troveremo di fronte a quel finale irrisolto, proveremo angoscia, frustrazione. Ma quello sarà anche il tributo ultimo a una vita geniale.

Incipit&Explicit di questo mese:

Fabio Bartolomei, Giulia e a ltri 1300 miracoli (e/o)

“«L’ultimo lavoro cinque anni fa…».

«Sì, cinque».

«Adetta alle vendite, ramo moda… di preciso?»

«Commessa. Da Cherì, presente? Quel grande negozio a viale Marconi, all’angolo…».

Sorrido ironico e annuisco quando dice “commessa”. Odio i curriculum, odio essere preso in giro…”

*

“Adesso saremmo un gruppo di normalissimi esseri umani che se la fanno sotto dalla paura ma hanno le palle per girare in macchina e tornare indietro. Però chissà. La nostra storia non è finita. Questa giornata poi, è appena iniziata.”

Posted by Paolo Armelli