Quentin Bell, Virginia Woolf, mia zia, La Tartaruga edizioni
Quenti Bell è figlio di Clive Bell e di Vanessa, sorella di Virginia Woolf, quindi era nella cerchia familiare più intima della scrittrice inglese: ma in questa poderosa biografia veste impeccabilmente i panni dello storico – sua professione – e racconta la storia tragica ma soprattutto intensa della vita di Woolf, sempre al confine fra creatività debordante e depressione acuta. Come dice il risvolto di copertina è una biografia fra le più complete sulla scrittrice: non solo cita le sue opere collegandole sapientemente ai periodi e alle ragioni di composizione, ma riporta anche brani di diari, di lettere, perfino di conversazioni dell’autrice ma anche del circolo di intellettuali, artisti e conoscenti che la circondavano.
Questa biografia, come spesso si sente dire in questi casi, non assomiglia affatto a un romanzo, anzi: è il racconto di una vita vera, vissuta, sofferta e molto amata. L’amore è spesso presente in questo viaggio biografico, soprattutto quando si parla del rapporto fra Virginia e il marito Leonard (“Non credo che due persone avrebbero potuto essere più felici di quanto lo siamo stati noi”, scrive lei nel biglietto d’addio al compagno di mezza vita) e tutta una vita percorsa dall’amore (per l’arte, la raffinatezza, la libertà ma in particolare per le persone brillanti) arriva a spiegare fino in fondo l’ultimo estremo gesto di Woolf – raccontato qui con una delicatezza e una lucidità quasi impalpabili – che alla fine è stata una decisione di amore, più che di disperazione. Coloro che amano a fondo la scrittrice che è stata Virginia Woolf difficilmente vorranno arrivare all’ultima triste pagina, nella convinzione che poi quella vita straordinaria non è più continuata.
(Una piccola nota negativa: nell’edizione La Tartaruga che ho io, del 2011, i refusi sono insopportabilmente frequenti, praticamente intollerabili, fino ad arrivare alla ripetizione, a un certo punto, di un intero paragrafo.)

Raymond Carver, Il mestiere di scrivere, Einaudi
Titolo piuttosto ingannevole quello di questo volume miscellaneo messo assieme da Einaudi per raccogliere gli scritti dello scrittore americano Carver. Nel senso che è vero che vi si trovano gli scritti in cui Carver parla del mestiere di scrivere, ma parla solo ed esclusivamente di se stesso, di come è nata e ha faticosamente preso forma la sua attività di narratore. E, in effetti, a parte un paio di saggi che sono di un’efficacia fulminea e pregante, il resto è materiale d’assemblaggio un po’ ripetitivo, spesso riportando perfino gli stessi aneddoti (comprensibile, visto che Carver aveva messo assieme i testi per destinazioni completamente diverse e in momenti molto distanti fra loro).
Alcune riflessioni di Carver sulla scrittura esprimono comunque tutta la geniale pregnanza dell’autore, che riesce a ricondurre la semplicità dei momenti quotidiani a riflessioni acutissime sull’arte e la letteratura; interessante anche quando parla dei suoi gusti letterari. Paradossalmente, in questo volume dedicato all’attività di scrittore, Carver non nomina mai Lish, l’editore-tiranno a cui molto ritengono di dovere la caratteristica sintesi carveriana dato che interveniva pesantemente sui suoi manoscritti.
Di grande interesse anche gli apparati messi a disposizione in questa raccolta, come delle testimonianze sui corsi di scrittura creativa tenuti dallo scrittore nelle università americane (facendoci capire quanto in Italia stiamo ancora indietro…) e alcune attività appunto per affinare le capacità di scrittura.

Michael Cunningham, Una casa alla fine del mondo, Bompiani
Opera di esordio di Cunningham, giustamente traballante in alcuni punti, ma già pregna di tutto quello che sarebbe venuto poi. In questa storia le vite di due giovani ragazzi e di una ragazza s’intrecciano alla ricerca una direzione partendo da famiglie segnate dal dolore e dall’instabilità, instabilità che si ripercuote anche nelle loro relazioni sentimentali e nell’indecisione su che strada far prendere al loro futuro. Sullo sfondo l’ambiguità, il disagio giovanile, i postumi di educazioni post-hippie, e soprattutto la piaga dell’Aids.
Forse i personaggi principali – che si mescolando in un intreccio di relazioni amorose poco chiare, forse perfino all’autore – sono delineati un po’ troppo piattamente, anche se un’apatia di fondo è proprio la dominante che si respira in tutto il libro. La sospensione sul finale lascia insoddisfatti per varie ragioni, soprattutto perché la storia non ha portato effettivamente un’evoluzione, se non esteriore, ai protagonisti. Eppure lasciarci lì sull’abisso è un po’ una caratteristica di Cunningham, che ci fa così assaporare il gusto dolceamaro di vite sospese e angosciate, un gusto quasi come del sangue, sia esso infetto o pieno di giovane vita.

Gustave Flaubert, Memorie di un folle, Collezione IlSole24Ore-Libri della domenica
Rara perla ottocentesca, questa breve opera semiautobiografica ci regala un ritratto quasi inedito dell’autore di Madame Bovary e ci fa tuffare nella temperie culturale fatta di influssi e passioni variegati che era l’Ottocento romantico francese. La storia raccontata è di una banalità e di un trito allucinanti – delusione amorosa fa scaturire in giovane letterato disperazione e odio per il mondo, con unica soluzione il rifugio nelle arti – ma Flaubert ci mette dentro una carica emotiva e una precisione lesicale che lasciano a volte senza fiato. Gli si perdonano i manierismi, si accettano gli eccessi sentimentali, si passa sopra un’eccessiva consapevolezza di sè, anche perché ci sono alcune pagine che sono di un respiro che più ampio non si può.
Poi si scopre che è un’opera che l’autore ha composto a 17 anni, e allora l’ammirazione per questo gioiello breve ma intenso cresce a dismisura.

Posted by Paolo Armelli