La pelle che abito è il nuovo film di Almodóvar che è stato anche a Venezia. Segna il ritorno alla collaborazione col regista spagnolo, dopo anni di lontananza e qualche screzio, del suo attore culto, Antonio Banderas, che qui appare invecchiato ma ancora con un notevole magnetismo.
La pellicola si può dire riservi molte novità rispetto alla storia cinematografica di Almodóvar: i suoi temi culto – l’identità sessuale, la violenza, la vendetta, la ricerca di sè ecc. – sono qui virati a una svolta essenzilamente dark, in un thriller dai tratti quasi fantascientifici (a me veniva spesso in mente L’isola del Dr. Moreau di H.G. Wells). La storia gira attorno alla folle mania creatrice di un chirurgo senza freni che ottiene in sala operatoria, oltre a una resistentissima pelle artificiale, una riproduzione esatta e perfetta della moglie scomparsa: tutto è però frutto di una terribile vendetta che finirà per consumare tutti i protagonisti coinvolti nella vicenda.
Il ritmo è intenso fin dalle prime scene, anche se la trama diventa via via banale mentre si fa sempre più assurda. C’è da dire che, d’altro canto, il film è di una perfezione e levigatura tecnica impressionante, anche se questo contribuisce all’impressione finale di un giocattolo visivo perfetto ma freddo che non lascia nulla di incisivo nello spettatore, se non due ore di ansia e tensione. I risvolti sociali che poi caratterizzano spesso i film del regista – qui si potrebbe trovare una riflessione sulla vendetta cieca, sulla disperata ricerca di perfezione estetica ecc. – sono alla fine un po’ tutti tirati per i capelli.
E’ comunque un Almodóvar sostanzialmente nuovo quello de La piel que habito, che si spoglia dei risvolti grotteschi e al contempo intimisti per narrare una storia cruda e fredda come il tavolo di una sala operatoria. Il regista spagnolo cerca nuove strade con la sua consueta maestria tecnica, però forse lascia perplessi quelli più affezionati alle sue opere precedenti, allo stesso modo disturbanti ma in qualche modo più calde e intime.

Posted by Paolo Armelli