(da Cabaret Voltaire di maggio)

Se iniziare uno scritto pare un’impresa titanica, finirlo lo è altrettanto, o forse di più: il rischio di cadere nel cliché, di dire troppo, di dire troppo poco è continuo e lacerante. Non resta che imparare dai grandi maestri, e rassegnarsi all’inscrutabile mistero emotivo e letterario che le conclusioni dei romanzi e dei racconti rappresentano.

Sono soprattutto gli scrittori americani, sulla scorta dei modernisti inglesi, ad aver magistralmente affinato la tecnica della rifinitura degli explicit: in particolare uno, secondo me, ha raggiunto vette inarrivabili. E’ Raymond Carver, che nella vita ha scritto praticamente solo racconti che sono di un equilibrio e di una compostezza al limite dell’inverosimile.

Carver ci fa entrare nelle sue storie di netto, e altrettanto nettamente ce ne fa uscire; niente fronzoli, niente digressioni, niente slanci verso il futuro: è come se illuminasse una stanza abitata dai suoi personaggi – tutti a loro modo disperati, ossessionati, irrisolti, spessissimo schiavi dell’alcool come lo fu lui nella vita – e a un certo punto, passato il tempo ritenuto necessario dall’autore, spegnesse la luce d’un tratto. Quei personaggi, quelle storie scompaiono nello stesso bagliore in cui erano apparsi: di loro non sapremo più nulla, anche se ci rimarranno un po’ dentro.

L’estrema sapienza di Carver, quel suo stile così asciutto e sfacciato e estremamente sincero è anche dovuto al massiccio intervento dell’editor che ne curò le opere, Gordon Lish, a volte operando tagli arbitrari e pesanti; tuttavia tornando a leggere le versioni originali, ad esempio nella raccolta Principianti (Einaudi), si riconosce sempre quell’inconfondibile stringatezza carveriana, quella sua volontà di esprimere tutto dicendo però solo l’essenziale. E, ancora una volta, quei finali così stupendamente letterari, nel senso che fanno percepire quanto potente sia la letteratura: è l’autore che decide quando è abbastanza, quando tutto deve finire, e il lettore se ne deve stare lì, accettando e rimuginando.

Se volete farvi un’idea dei racconti di Carver, fra tutti “Una cosa piccola ma buona”, “Di’ alle donne che usciamo” e “Cattedrale”.

Incipit&Explicit di questo mese:

Luca Sofri, Un Grande Paese (Bur Rizzoli)

“I tram di Milano hanno degli orari. Quando ci venni a vivere fu la prima cosa che notai, assieme al fatto che a Milano non c’è la nebbia. Nella città di provincia in cui vivevo si aspettava l’autobus fino a quando passava. Va’ a sapere quando.”

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“E con gli occhi fissi sull’orizzonte e la grazia del cielo su di noi, abbiamo portato avanti il grande dono della libertà e l’abbiamo consegnato intatto alle generazioni future.”

Posted by Paolo Armelli