Devo essere sincero: con questi 150 anni dell’Unità d’Italia un po’ mi avete sfrantecato i maroni. Non prendetela come un deriva leghistoide. E’ piuttosto una lucidità un po’ originale che mi porta a sentirmi estremamente poco italiano, in generale. Preferisco vivere il mondo, là fuori, senza dover per forza limitarmi ad essere di un posto solo: di etichette ce ne sono già troppe.
E scusate la franchezza: essere italiani cosa significa esattamente? Perché poi alla fine gli Italiani se hanno una cosa davvero in comune è quella di dividersi e di odiarsi ad ogni occasione buona: destra vs sinistra, nord vs sud, milanisti vs interisti, professionisti vs operai, vicentini vs veronesi, a chi piace Michelle Hunziker vs a chi non piace Michelle Hunziker… Non che negli altri paesi vada meglio, eh: prendete l’Inghilterra, in cui se dite a uno scozzese che è inglese vi soffoca con un kilt; o la Spagna, dove un catalano venderebbe la madre pur di essere indipendente da Madrid; o addirittura il Belgio, in cui non c’è un governo da mesi e mesi perché valloni e fiamminghi non riescono a trovare un accordo. Però ho come la sensazione che lì un’identità che in qualche modo li leghi ci sia (forse anche per il pregiudizio recondito che quello che fanno gli altri sia inevitabilmente migliore), un’identità che si sforzano di mantenere ogni giorno, nel bene o nel male.
Io dell’Italia ho un po’ l’idea preconcetta che si fanno certi turisti che vengono qui: siamo caciaroni, buontemponi, piuttosto menefreghisti, un po’ rozzi e parecchio anomali. Toglieteci il cibo, la moda e il Papa e ci resta poco che dica veramente chi siamo.
Certo, c’è la poesia, c’è l’arte, c’è una storia culturale potente che ci caratterizza (e in fondo quelli che hanno fatto il Risorgimento, dato che non è mai esistita una definizione geografica precisa di Italia, si erano posti come obiettivo di riunire le terre che parlavano più o meno una lingua comune, che avevano una cultura simile): ma tutte queste cose appartengono al passato, appunto, e questo scarto si avverte sempre di più in un’attualità che della cultura si fa continuamente beffe, quasi fosse un inutile orpello.
Insomma, io ho l’impressione – e vado controcorrente, lo so, mi aspetto commenti acidi e sputi nell’occhio per ciò – che questo 17 marzo si sia riempito di una retorica esagerata e un po’ di comodo: fatichiamo a capire chi siamo adesso e dunque ci aggrappiamo a una data di tanto tempo fa in cui si era compiuto qualcosa di magico e fondamentale (perché l’Unità d’Italia fu veramente qualcosa di magico, visionario, romantico, fondamentale). Ma non posso fare a meno di chiedermi: e domani? Il 18 marzo, e il 19, e i giorni che verranno dopo, come ci sentiremo? Ci sentiremo più italiani, più uniti? Secondo me no, anzi, torneremo in noi stessi, come dopo una potente sbornia tricolore, torneremo ad essere gli Italiani di sempre: quelli che si odiano sempre fra loro, quelli alla buona, pressapochisti, un po’ sonnacchiosi, quelli che si indignano a comando, quelli che si infervorano nelle date importanti (appendiamo adesso fuori dal balcone i tricolori come facciamo esclusivamente durante i Mondiali, e non ogni 2 giugno ad esempio) ma che poi sembrano costantemente calati in un’apatia colpevole il resto dell’anno.
Massimo D’Azeglio, in una delle prime sedute del Senato dell’Italia unita, disse: “Abbiamo fatto l’Italia, ora bisogna fare gli Italiani”. Ecco, io apprezzerei di più questo 17 marzo se non fosse un fatto di orgoglio un po’ esteriore, ma diventasse un impegno pungoloso per “fare gli Italiani” ogni giorno, per renderci ogni giorno un po’ più orgogliosi di noi stessi. Perché se c’è qualcosa di cui l’Italia ha un disperato bisogno in questo momento non è la commemorazione di un passato pur glorioso (ma anche problematico, se chiedete a qualsiasi storico), ma di uno slancio potente verso il futuro.
Che poi di essere italiano ho anche io i miei personali punti d’orgoglio: non sto mica scrivendo in sanscrito, ad esempio…

Posted by Paolo Armelli