La prima puntata di Incipit&Explicit, la mia nuova rubrica per Cabaret Voltaire:

@font-face { font-family: “Cambria”; }@font-face { font-family: “Adobe Caslon Pro”; }p.MsoNormal, li.MsoNormal, div.MsoNormal { margin: 0cm 0cm 10pt; font-size: 12pt; font-family: “Times New Roman”; }div.Section1 { page: Section1; }Un libro, accantonato il criterio della copertina, si sceglie di solito dalle prime righe. Alla fine è lo stesso criterio che utilizzano gli editor, quando devono convincersi che un libro è veramente buono e pubblicabile: raramente un romanzo degno di essere letto ha una prima pagina mediocre. E questo diventa, in qualche modo, l’incubo di ogni scrittore che, messo di fronte alla prova della pagina bianca, deve ricorrere alle sue qualità più efficaci per non fallire già nelle prime righe.
In effetti la storia della letteratura è costeggiata da incipit memorabili, che entrano nell’animo del lettore e si saldano indissolubilmente all’idea che di quel libro ci facciamo. Noi italiani, con la storia culturale un po’ ingombrante che ci ritroviamo, siamo legati a doppio filo a due incipit immortali: “Nel mezzo del cammin di nostra vita, mi ritrovai per una selva oscura…” e “Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno…”; sono poche parole, infilate una dietro l’altra ed eternate in quell’ordine, poche parole che bastano a riportarci alla mente autore e libro e trama, a riaccendere storie, rievocare situazioni, paesaggi, emozioni. Hanno una potenza evocativa, questi incipit, che sono quasi a se stanti. Pensate a Tolstoj e a quella frase in apertura di Anna Karenina che contiene già in sé un intero universo: “Tutte le famiglie felici sono uguali, ma ogni famiglia infelice lo è a suo modo.”
Ma si sa, i libri come tutte le cose hanno anche una fine: raramente ci ricordiamo con esattezza i finali dei libri, però. Ad essi leghiamo piuttosto alcune atmosfere, alcune sensazioni: a volte vorremmo che la storia non finisse mai, a volte gioiamo, altre siamo delusi e arrabbiati. Le parole di quei finali raramente le mandiamo a memoria. Eppure c’è una frase conclusiva che tutti bene o male abbiamo sentito, possiamo dire che ci siamo cresciuti assieme. Poi abbiamo scoperto che nella vita raramente è così, quindi da allora delle conclusioni ci siamo fidati meno. La frase era questa: “e vissero tutti felici e contenti”.

Incipit&Explicit di questo mese:

Aldo Nove, La vita oscena (Einaudi)

“Mio padre morì all’improvviso, di ictus.

Gli sopravvisse mia madre, malata da anni di cancro.

Sarebbe dovuta morire prima lei.”

*

“Come il mondo continui ad apparirci bello e completamene incomprensibile.

Mentre scrivo queste parole.

Mentre qualcuno le legge.”

Posted by Paolo Armelli