Finalmente ho visto Shortbus. Dico finalmente non perché ci tenessi particolarmente, ma quando il film venne presentato a Cannes nel 2006 fece molto scalpore e se ne parlò parecchio, ma per me era ancora una specie di tabù concedermi di vedere un film del genere e quindi son passati gli anni senza che più ricapitasse l’occasione. Ora che è capitata, mi son tolto la curiosità e, in qualche modo, non son rimasto deluso. Neppure entusiasta, se è per quello.

La pellicola racconta le vicende intrecciate di un gruppo di persone che frequenta il molto underground e molto licenzioso locale newyorkese Shortbus, dove dire che si fa sesso libero è un eufemismo. In effetti tutti i protagonisti hanno problemi legati alla sfera sessuale (dalla terapista di coppia preorgasmica al ragazzo un tempo escort che ora, per sfuggire a un’opprimente depressione, cerca di ampliare le esperienze sessuali sue e del suo compagno, fino alla dominatrix anaffettiva, …), il tutto però come ricoperto di una profondità esistenziale, quasi che risolvere questi problemi di sesso significhi anche scavare nel profondo di questi individui e in qualche modo determinare in modo differente la loro vita. Non a caso il momento culminante di tutto il film (un orgasmo, letteralmente) assume una dimensione dai tratti poetici.

Certo, non si può nasconderlo, certe scene farebbero impallidire il più hardcore dei film porno (un’autofellatio, per dirne una): però alla fine ci sono un sacco di film che raccontano il sesso senza farlo vedere, o facendolo apparire ridicolo o schematico, qui invece di sesso si parla ma anche si fa vedere, senza preclusioni e con un’ironia difficile da trovare altrove. Il regista John Cameron Mitchell ha il suo bel dire, comunque, di aver voluto “de-erotizzare” tali scene distinguendole così dalla pura e semplice pornografia, ma il passo fra le due cose è men che breve.

Quel che resta di Shortbus è sicuramente una sperimentazione cinematografica, difficile commercialmente e ancor più discutibile dal punto di vista artistico (però merita la ricostruzione aerea e tridimensionale di New York che serve a legare le scene, ad esempio). Diciamo un film per chi vuol vedere fino a che punto si possa spingere la settima arte e per chi non si scandalizza facilmente, ecco, . Che, poi, chi si scandalizza più al giorno d’oggi?

(John Cameron Mitchell, dopo, sembra aver trovato la retta via: è il regista di Rabbit Hole, nuovo film con Nicole Kidman – da lei anche prodotto – e Aaron Eackhart, nominato ai Golden Globe.)


Groups of different people look up behind the title and credits


Posted by Paolo Armelli