Inception di Christopher Nolan è un film fatto per essere spettacolare ma è allo stesso tempo estremamente complesso dal punto di vista narrativo. Lo è a tal punto che bisogna ragionarci a fondo per riuscire a comprenderlo senza perdersi negli strati della trama che si incastrano come scatole cinesi. E’ sorprendente, inoltre, perché della strutturazione narrativa mostra anche le debolezze e anche le straordinarie capacità.

Ambientato nel mondo dei sogni, tratta di una squadra di architetti onirici che devono impiantare un’idea nella mente di un giovane tycoon, e per farlo devono addentrarsi a più livelli nel suo subconscio, cercando però di mantenere aperta la via per ritornare “a casa”, nella realtà cioè. Il plot multilivello, però, a un certo punto fa perdere la cognizione di ciò che è effettivamente reale e ciò invece che è creato dall’immaginazione del sonno. La forza della storia sta nel momento finale (spoiler: segue rivelazione, quindi meglio che vi fermiate se non l’avete visto): questi personaggi che viaggiano nel sogno tengono con sé un totem, un oggettino di piccole dimensioni di cui conoscono peso e conformazione e che serve loro come prova sicura di essere tornati alla veglia; il protagonista (DiCaprio) ha con sé una trottola, la quale continua a girare incessantemente se si è nel sogno, inevitabilmente cade, invece, se lui è sveglio. Ecco, il finale è proprio questo: la trottola gira, come ultima prova all’attenzione degli spettatori (che, ineffetti, hanno passato tutto il film con il dubbio – il timore? – che alla fine l’intero ambaradan si riveli un viaggio onirico), e continua a girare… E il film si interrompe: il nero arriva proprio nell’istante in cui la trottola sta per cadere. Oppure no.

E’ stato tutto un sogno, dunque? La complicata avventura di questi architetti si rivela una strana elaborazione dell’ossessionato DiCaprio? E sarebbe deludente alla fine scoprire ciò? Oppure non sarebbe meglio chiedersi: ha senso farsi tutte queste domande?

Il finale di Inception mi ha fatto venire in mente un altro film molto avvincente, Caché di Michael Haneke: è la storia di un affermato critico letterario la cui vita è rovesciata dall’arrivo di anonime e inquietanti cassette che riproducono la sua vita, come se un misterioso scrutatore lo volesse mettere di fronte alla sua stessa quotidianità. Il fatto è che il film finisce con un suicidio improvviso e angosciante, ma con la mancata risoluzione del mistero (anche se un indizio rivelatore è nascosto appena prima dei titoli di coda…). Il che, dato anche il teso sviluppo del film, lascia lo spettatore più che sbigottito. Un amico a cui, entusiasta, l’avevo consigliato, si è indignato per la “mancanza di una fine”. Concetto diffuso, in effetti: ogni opera narrativa (e anche i film, quelli fatti bene, lo sono) si suppone debba avere una fine, una conclusione, una risoluzione della trama. Ma, a pensarci bene, la soluzione ‘e vissero tutti felici e contenti’ è sempre più scontata.

Pensiamo ai bellissimi racconti di Carver (soprattutto quelli di Cattedrale): lo scrittore americano entra nella vita dei suo personaggi derelitti con una specie di luce che illumina le loro esistenze complicate fino a quando, all’improvviso e senza un’apparente motivazione, quella luce si spegne e quei personaggi vengono cancellati si può dire per sempre. Non sapremo mai che fine faranno, se usciranno dall’alcolismo, se troveranno un lavoro, se le coppie riusciranno a rinsaldarsi… Non lo sapremo mai, e questo è meraviglioso.

La meraviglia della scrittura è proprio questa: lo scrittore è un essere onnipotente che decide delle sorti delle sue creature e delle proprie trame, può decidere come spezzarli, come curarli, come e per quanto tempo farli vivere. E il compito del lettore non è quello di pretendere di più, di volere che la storia continui, che i misteri vengano sciolti, che ci sia un seguito. La conclusione è quella che decide il narratore, il lettore deve essere suggestionato da ciò che ha potuto esperire, credere, vedere fino a quel punto che gli è dato conoscere.

Per fare un esempio più pop, pensate a Lost: per sei anni milioni di telespettatori sono rimasti incollati alle vicende di questi naufraghi su un’isola deserta che più misteriosa non si può, e alla fine (spoiler/2: svelo la fine anche di questo, quindi attenzione; ma se non avete visto né InceptionLost, che state qua a fare? rimediate, no?) si scopre che era tutto un limbo in cui i personaggi dovevano stare fino a che non avessero accettato la loro vita e la loro morte. Ora qui la fine c’è in effetti, però in un mondo complicato e così fortemente generatore di aspettative come quello dell'”isola” una conclusione soddisfacente (soddisfacente per tutti, almeno) era forse praticamente impossibile.

Insomma, forse quello di una conclusione, di un happy o sad ending che sia, di una fine col punto definitivo è un cliché che ha fatto il suo tempo. Molto più stimolante è la mancanza di fine, quella tanto odiata da chi è affezionato alle storie di vecchio stampo, ma così stimolante per chi dalla narrativa vuole quasi una sfida, una tensione che in realtà non finisca mai, un pungolo che vada oltre la parola scritta e ti penetri dentro, come un infinito svolgersi di storie e possibilità.

Non a caso, secondo me, questo aspetto di non-ending si è sviluppato sempre di più con la modernità e il modernismo (da Mrs Dalloway di Virginia Woolf, a The Crying of Lot 49 di Pynchon, a Imperial Bedrooms di Easton Ellis…), quasi che la nostra realtà, la nostra condizione attuale ci impedisca o ci metta adosso il timore di pronunciare definitivamente la parola ‘fine’. Quasi non potessimo liberarci dal sospetto che, una volta finito tutto, scopriremo che è stato solo un sogno.


Posted by Paolo Armelli